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Post-Bonn Reflections on Climate Finance

Post-Bonn Reflections on Climate Finance

The finance stream of the UN climate negotiations in Bonn, Germany, last week showed a clearer narrative emerge about the key elements that should be included in the outcomes of the December climate summit in Paris. Disagreements remain on the detail of finance provisions in the new global climate agreement, so countries will need to be creative in finding convergence.

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Coal burning costs UK between £2.5bn and £7bn from premature deaths

Coal burning costs UK between £2.5bn and £7bn from premature deaths

Deaths related to emissions from coal cost the UK economy between £2.47bn and £7.15bn in 2013, according to a comprehensive overview of coal production in Europe.

The figure, which includes mortality costs from coal-related respiratory and cardiovascular illnesses, such as heart disease and lung cancer is linked to the 395 kilotons of pollutants emitted by UK coal plants. Europe as a whole had equivalent mortality costs of between €21bn and €60.6bn, according to the authors.

The report, from the NGO umbrella group Climate Action Network Europe (Cane), also found that the UK was the third largest emitter of carbon dioxide from coal burning after Germany and Poland.

“The British government has not caught up with reality,” Kathrin Gutmann, Cane’s coal policy coordinator told the Guardian. “It urgently needs a proactive strategy to manage a coal phase out. Energy utilities are already starting to spend billions of euros to shed some of their coal plants but governments like the UK are just hiding behind this power sector transformation.”

Last month, Germany began a process of mothballing its largest coal plants. The new survey says that it is still Europe’s biggest coal subsidiser though, coughing up €30bn between 1999 and 2011.

In the UK, coal was responsible for some 87 million tonnes of CO2 emissions last year – 16% of all the country’s greenhouse gas output – a figure eight times higher than in France.
Cane calculated the health costs by mapping Europe’s 280 coal power plants and then multiplying their polluting emissions by the European Environment Agency’s estimate of the cost of mortality associated with those emissions. The range of figures reflects different estimates of the cost to the economy of individual deaths.

 

Read on The Guardian

http://www.theguardian.com/environment/2015/sep/10/uk-ranks-in-top-3-of-europes-coal-league-of-shame

 

 

The Guardian, September 10th 

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“Risparmiando energia salveremo il Pianeta”. Intervista a Robert Engle

“Risparmiando energia salveremo il Pianeta”. Intervista a Robert Engle

La Repubblica intervista Robert Engle, economista formatosi al Mit e oggi docente alla New York University, premio Nobel per l’economia nel 2003. Engle si dedica da tempo, con particolare attenzione, alle conseguenze del riscaldamento globale e lancia un allarme: “Su questo tema c’è un’attenzione molto minore rispetto a dieci anni fa. Forse questa è la dimostrazione che finché si impegnavano personaggi ad alta visibilità mediatica come Albert Gore, gli effetti erano positivi. In mancanza di celebrities, l’attenzione viene meno. E’ tempo di riprendere a impegnarsi. Tanto per cominciare, vanno studiate attentamente le interrelazioni fra la risorsa acqua e la risorsa energia”.

Leggi tutta l’intervista a Robert Engle in Pdf.

Intervista_Engle_CFS

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Obama e l’inquinamento, bravo ma non esageriamo

Obama e l’inquinamento, bravo ma non esageriamo

di Alessandro Lanza

Nel corso della conferenza di Lima sui cambiamenti climatici (COP20) dello scorso anno i paesi che fanno parte dell’accordo si sono impegnati a presentare quelli che nel gergo della negoziazione vengono chiamati Indcs (Intended Nationally Determined Contributions), ovvero i progetti di riduzione delle emissioni di gas-serra che essi intendono portare alla conferenza di Parigi (COP21) nel dicembre di quest’anno in vista di un auspicato nuovo accordo globale.

Energia elettrica pulita

All’inizio di agosto il presidente Obama ha a sorpresa presentato nuove misure che si inseriscono nel quadro dell’Indc degli Stati Uniti. Esse prevedono una riduzione delle emissioni di gas-serra pari al 26-28 per cento in CO2eq entro il 2025 rispetto ai livelli del 2005. Il nuovo Clean Power Plan è un piano molto articolato frutto del lavoro di mesi da parte dell’Agenzia per la protezione ambientale (Epa). Si tratta – per sommi capi – di un piano per l’energia elettrica pulita che, in questo contesto, significa un piano teso a ridurre le emissioni da parte delle centrali a carbone. Queste costituiscono la principale fonte di emissioni di CO2negli Stati Uniti dove ci sono circa 500 centrali, con una produzione di 1500 GWh, pari a circa il 40 per cento dell’energia prodotta. Le centrali sono concentrate in modo particolare nelle aree che producono carbone. L’obiettivo del nuovo piano dell’amministrazione Obama è più stringente di quello già annunciato qualche tempo fa e mira a ridurre le emissioni di anidride carbonica del settore elettrico in una misura pari al 32 per cento rispetto ai livelli del 2005 entro il 2030.

Ma è davvero una sfida?

Vi è anzitutto da osservare che la produzione di elettricità con fonti fossili, come mostrato dalla figura 1, è responsabile per non più di un terzo delle emissioni totali. Il Clean Power Plan nulla dice sugli altri due terzi. Un aspetto interessante del piano di Obama è che è articolato a livello di singolo Stato e che per Stati come Wyoming, West Virginia o Kentucky si parla di riduzioni di emissioni delle centrali a carbone nell’ordine del 45 per cento al 2030 rispetto ai valori del 2012. Se per Obama si tratta del “maggiore, più importante passo che abbiamo mai fatto nell’affrontare il cambiamento climatico”, per i suoi oppositori repubblicani come Jeb Bush, “La Carbon Rule del presidente Obama è irresponsabile e si spinge troppo in là. La legge passa sopra la testa dei governi statali, caccerà dai loro posti di lavoro innumerevoli persone e aumenta il prezzo dell’energia per tutti”. Per contro la Casa Bianca stima che le famiglie americane risparmieranno 85 dollari all’anno nella loro bolletta del 2030.

Dove siamo oggi?

Per capire se il piano è davvero ambizioso basta guardare la figura 2. Le emissioni di CO2 del settore elettrico negli Stati Uniti erano nel 2005 pari a 2414 milioni di tonnellate (Mton). Il target al 2030 del 32 per cento è pari a 1642 Mton. Oggi – dati 2014 – le emissioni sono pari a 2051 Mton. In altri termini, per ragioni che precedono il Clean Power Plan, il settore elettrico sta diminuendo le proprie emissioni a una velocità che nel periodo 2005-2014 è stata addirittura superiore a quella attesa da oggi al 2030 (1,6 per cento annuo contro 1,3). Per capire il perché di questa riduzione possiamo osservare la tabella 1. La progressiva riduzione dell’uso del carbone nella produzione dell’energia elettrica data un quarto di secolo e nel 1990 la quota superava addirittura il 50 per cento, mentre oggi è al 39. La tabella offre altri interessanti spunti: la produzione elettrica con derivati dal petrolio non è mai stata rilevante: 4 per cento nel 1990, 0,7 oggi. Due le novità di rilievo di questi 25 anni. La prima è che il contributo del solare ed eolico, pur moltiplicatosi in questi anni di un fattore 63, non copre nemmeno il 5 per cento della generazione elettrica. La seconda novità è l’apporto del gas naturale la cui quota più che raddoppia nel periodo in esame. Interessante infine osservare come altre fonti molto importanti (nucleare o idroelettrico) si caratterizzano per una sostanziale costanza nella quota coperta a significare una costante attenzione agli investimenti anche su queste fonti.

In conclusione

Il presidente Obama e la sua amministrazione prestano grande attenzione al modo in cui vengono presentati i risultati e le proposte. In questo caso quella che – di primo acchito – è sembrata una mossa molto coraggiosa, e per qualcuno un vero e proprio azzardo, si dimostra alla luce dei dati come un sostanziale accompagnamento di un’onda di transizione tecnologica che sta avvenendo da parecchio tempo per diverse ragioni tra cui la lotta all’inquinamento locale e l’andamento prezzi dell’energia. L’andamento dei consumi di energia elettrica negli Stati Uniti, cosi come nel resto dei paesi industrializzati, dipende inoltre da altri fattori tra cui il livello di attività economica. Oltre al cambiamento tecnologico, ci è stata a partire dal 2006 una crisi importante ed una successiva rispesa la cui velocità di recupero è stata meno rapida di come era stato previsto. È possibile dunque che crisi da una parte e mancata ripresa abbiano minato certezze consolidate ed inciso sui consumi di energia anche se forse solo temporaneamente. In conclusione: un deciso e convinto applauso per la manovra Usa che però non è certamente ancora, retorica a parte, “il più importante passo”.

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