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Posted by on Giu 3, 2021

CLIMA: Inizia una “rivoluzione verde” . Davvero?

CLIMA: Inizia una “rivoluzione verde” . Davvero?

Perché queste pagine

La Rivoluzione Green è stata ufficialmente annunciata. Queste pagine intendono mettere in evidenza l’enorme distanza tra i traguardi del cambiamento, la consapevolezza necessaria e le misure programmate. Sono pagine “politiche”. Chi le ha scritte non partecipa e non intende partecipare alla contesa politica. Piuttosto, contribuire a fare dei passi in avanti concreti, e ad affrontare realtà che tendiamo a trascurare.

E’ interesse generale che la Transizione Verde si sviluppi e funzioni al meglio possibile. Gli impegni di mitigazione e adattamento a fronte dei Cambiamenti Climatici comportano indispensabili e radicali trasformazioni anche in Italia: le filiere produttive e le capacità di formazione e orientamento al lavoro sono chiamate ad affrontarle con chiarezza, e subito. Accanto al dovere dei decisori pubblici e dei governanti, è interesse della società e di ciascun cittadino, delle imprese e dei titolari di competenze professionali e tecnico-scientifiche concorrere ad orientare e sostenere le enormi e complesse scelte che derivano da questi nuovi impegni. Dopo decenni di attendismo e misure parziali, si è formato un orientamento prioritario nell’agenda pubblica globale – che condizionerà le agende di tutti i settori privati – per la sistematica, accelerata decarbonizzazione di tutte le attività umane.

I criteri ESG (Environment, Social, Governance) guideranno le imprese in modo rilevante, sia per l’accesso ai mercati e alla finanza che per la partecipazione alle strategie e ai finanziamenti pubblici: processi che non potranno avvenire con dichiarazioni generiche, e tanto meno ricorrendo a comunicazioni ingannatorie, di greenwashing. Nei processi politici, c’è grande spazio per contributi costruttivi, indicazioni, decisioni e azioni concrete. Come si governerà la Transizione? Poiché non sarà a saldo zero, chi pagherà i conti? Quanti posti di lavoro si creeranno? Quale crescita formativa si darà ai giovani, e a chi dovrà affrontare nuovi mestieri? Per ora, siamo lontani dalle risposte.

 

Dove ci troviamo

Quindici anni fa, con il documentario An Inconvenient Truth (Una scomoda verità), l’ex Vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore si incaricò di divulgare alcune implicazioni degli incombenti Cambiamenti Climatici; un anno dopo ottenne per la sua azione il Premio Nobel per la Pace. Da allora, la comunità internazionale è passata dal riconoscimento retorico del problema, alla sottoscrizione del nuovo Accordo di Parigi (2015), ad una recente, più decisa condivisione della necessità di agire con misure efficaci e stringenti entro due scadenze-chiave, il 2030, e il 2050. Obiettivo: contenere sotto i 2° la crescita della temperatura globale alla fine di questo secolo – tendendo a 1,5°; traguardo assunto pochi giorni fa dai membri del G7 – in modo da scongiurare effetti dirompenti, e le loro irreversibili conseguenze, ormai identificati e condivisi dalla comunità scientifica internazionale, tra i quali: scioglimento dei ghiacci, innalzamento dei livelli dei mari, crescita della desertificazione, perdita irreversibile di biodiversità, fenomeni meteorologici estremi.

Le attuali prese di posizione dei governi sono senza precedenti, anche rispetto a pochi anni fa. Un piccolo esempio italiano: nell’aprile 2010 il Senato bocciò una mia Mozione per il Clima – sottoscritta anche da Rita Levi-Montalcini – contenente misurati impegni per “una transizione verso modelli a basse emissioni di carbonio”, assecondando invece posizioni politiche contro un presunto “catastrofismo”.

L’Amministrazione Biden ha rovesciato le precedenti impostazioni scettiche, e le decisioni oppositive, di quella Trump; il nuovo Presidente ha lanciato una Global Climate Ambition Initiative; stabilito di finanziare la Net-Zero Transition e l’Adattamento ai Cambiamenti climatici con investimenti massicci; il 20 maggio scorso, ha firmato un Executive Order sui Rischi Finanziari Climate-Related rivolto a tutte le Agenzie Federali, elemento di una ”unprecedented whole-of-government response to Climate change”. L’UE ha posto l’European Green Deal al centro della strategia per la trasformazione economica e sociale dell’Unione, per gli investimenti e il recupero e rilancio nel post-pandemia. Se il Presidente cinese Xi Jinping aveva dichiarato, nel mezzo della pandemia COVID-19, che “l’umanità dovrebbe lanciare una rivoluzione verde”, il Presidente del Consiglio Mario Draghi ha dichiarato che occorre realizzare in Italia “una rivoluzione Verde” in occasione del dibattito parlamentare al termine del quale ha ottenuto la fiducia dal Parlamento italiano.

La prossima riunione della COP26 (la Conferenza ONU 2021 sui Cambiamenti Climatici) si terrà a novembre in Scozia, UK, per cercare di registrare i recenti, nuovi impegni assunti da diverse Nazioni e dall’Unione Europea per verificare e rafforzare le Nationally Determined Contributions (NDCs), gli impegni presi a seguito dell’Accordo di Parigi. L’accelerazione impressa dalla nuova Amministrazione Biden e, in Europa, dai Programmi imperniati sul Green Deal dovranno tradursi in Italia in inedite azioni di investimenti pubblici sostenibili e per l’innovazione energetica, inquadrati nella transizione climatica.

Oggi, la ‘scomoda verità’ sui Cambiamenti climatici è ormai accettata da tutti gli organismi internazionali. Ci sono almeno 7 verità conseguenti, e scomode, che vanno conosciute e affrontate; anche nel nostro Paese, che misurerà su queste scelte il proprio destino strategico: economico, ecologico, produttivo, sociale.

 

  1. E’ PROBABILE CHE DIVERSI IMPATTI DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI SIANO IRREVERSIBILI.

 

Le emissioni di CO2 accumulate in atmosfera impiegheranno decenni, o secoli, per essere assorbite, anche nel caso di un impossibile blocco immediato e generalizzato delle emissioni attuali. E’ noto che le attuali responsabilità nelle emissioni globali sono molto diverse, sia in termini assoluti, che pro capite. E i target dichiarati di riduzione delle emissioni sono diversificati, per ciascuna Nazione; la recente promessa dell’Amministrazione Biden parla di una riduzione del 52% rispetto ai livelli 2005 entro il 2030. L’Unione Europea, del 55% al 2030, ma rispetto ai livelli del 1990. La Cina, di fermare al 2030 la crescita delle proprie emissioni (il “picco”); con neutralità climatica, però, al 2060. Analisi recenti indicano che l’attuazione degli impegni oggi sottoscritti porterebbe a una crescita di oltre 3° della temperatura media della Terra a fine secolo. WMO (l’Organizzazione Metereologica Mondiale) ha intanto pubblicato il suo Rapporto annuale, in cui si prevede che il raggiungimento della crescita della temperatura media globale di 1,5° rispetto all’età pre-industriale è probabile in almeno uno dei prossimi 5 anni. Gli studi del CMCC (Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici) indicano scenari che nelle ipotesi più pessimistiche potrebbero portare fino a 5° l’incremento medio delle temperature in Italia a fine secolo.

Le analisi dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change, ONU) e dei maggiori centri di ricerca internazionali descrivono da anni l’irreversibilità di alcuni processi, pur in caso di graduali ridimensionamenti delle emissioni nei prossimi decenni; dalla riduzione dei ghiacci artici allo scongelamento del permafrost in vasti territori (specialmente nelle regioni siberiane); dalla sommersione di aree costiere, alla scomparsa di foreste primarie, alla perdita di aree coltivabili. Ciò impone comunque di investire risorse e realizzare specifici ed imponenti programmi per l’Adattamento ai fenomeni già in corso.

 

  1. ROVESCIARE QUESTE TENDENZE E’ ANCORA POSSIBILE, MA SEMPRE PIU’ DIFFICILE. GLI IMPEGNI DA REALIZZARE SONO COLOSSALI.

La dimensione della sfida che ha davanti l’umanità può essere letta efficacemente nel recentissimo Rapporto dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), che descrive le decisioni e le implicazioni necessarie per raggiungere Net Zero Emissions Globally (la neutralità climatica) al 2050. Un Rapporto effettuato in vista della prossima Conferenza delle Parti sul Clima, e che ha suscitato notevoli reazioni – in Italia assai limitate, in effetti – poiché affronta in modo esplicito e sistematico cosa comporterà, concretamente, realizzare gli obiettivi dichiarati dalla comunità internazionale. Per il settore energetico, essendo responsabile dei 3/4 delle emissioni di “gas-serra”, portare le emissioni a zero nel 2050 “richiede nulla di meno che una completa trasformazione di come produciamo, trasportiamo e consumiamo energia”. Tra le necessità indicate: un accrescimento globale dell’efficienza energetica, con miglioramenti medi annuali dell’intensità energetica del 4% fino al 2030 (il triplo della media degli ultimi due decenni). Oltre alla riduzione della CO2, quella delle emissioni di metano da combustibili fossili del 75% nei prossimi dieci anni. Aggiungere ogni anno, in questo decennio già iniziato, 630 gigawatt (GW) di solare fotovoltaico e 390 GW di eolico (il quadruplo dei livelli-record conseguiti nel 2020). Nel quadro dell’elettrificazione sistematica e green, la vendita di veicoli elettrici dovrà passare dall’attuale 5% circa a più del 60% nel 2030.

Il Rapporto IEA si rivolge ai policymakers, chiarendo il gigantesco impatto delle trasformazioni necessarie sulle politiche energetiche, prospettando al 2050 una domanda globale di energia dell’8% circa inferiore ad oggi, ma al servizio di un’economia più che raddoppiata, con due miliardi di persone in più sulla Terra. Basata su energie rinnovabili (2/3 da vento, solare, bioenergia, energia geotermica e idro): il fotovoltaico dovrà crescere di 20 volte da oggi, l’eolico di 11 volte. Il declino dei combustibili fossili comporterà la loro caduta, da una fornitura dei 4/5 dell’energia globale, a 1/5. Nel 2050 l’elettricità dovrà assicurare quasi il 50% dei consumi energetici, con una crescita rispetto ad oggi di due volte e mezzo della generazione elettrica, per circa il 90% da fonti rinnovabili (quasi tutto il rimanente dal nucleare, comunque previsto in espansione). Il taglio delle emissioni per l’industria, i trasporti e le costruzioni sarà ancora più complesso, e richiederà trasformazioni sistematiche degli impianti industriali: ad esempio, ciascun mese dal 2030 in poi dovrà vedere dieci industrie pesanti equipaggiate con sistemi di cattura e immagazzinamento delle emissioni (CCUS), costruiti tre nuovi maggiori impianti ad idrogeno, e 2 GW di capacità di elettrolizzazione aggiunti in industrie esistenti. Nei trasporti, dovranno terminare nel 2035 le vendite di automobili a combustione; biocarburanti e carburanti sintetici saranno necessari per l’aviazione; ammoniaca per le navi. Saranno regolate costruzioni chiavi in mano a emissioni zero e drastiche trasformazioni per riscaldamento e climatizzazione domestici.

Secondo il Rapporto IEA, la domanda di carbone dovrà ridursi del 90% dell’uso totale di energia al 2050; quella di gas del 55%; quella di petrolio del 75% (dagli attuali 90 milioni di barili/giorno, a 24). Solo i punti di ricarica pubblica per veicoli elettrici dovranno passare, dal 2020 al 2030, da un milione a 40 milioni (con un investimento annuo di quasi 90 miliardi di $ al 2030); la produzione di batterie per veicoli elettrici (EV) balzare dai 160 gigawatt-ora (GWh) di oggi, a 6.600 nel 2030 (ovvero, aggiungere quasi 20 gigafactories all’anno per i prossimi dieci anni). Per puntare a un utilizzo diffuso dell’Idrogeno dal 2030, sarà necessario – sempre a livello globale – accrescere i soli investimenti infrastrutturali annui dall’attuale 1 mld di $ a circa 40 mld nel 2030.

 

  1. C’E’ CONSAPEVOLEZZA SCIENTIFICA. MA NON DAVVERO POLITICA – ED ECONOMICA

I dati appena riassunti non provengono da un fanatico ambientalista ultrà. Ma, come penso sia chiaro, dalla più autorevole Agenzia in cui sono rappresentate anche Nazioni con radicati interessi nelle attuali politiche energetiche. La politica ne è consapevole, a partire dall’Italia? No, se guardiamo i temi dominanti nel dibattito pubblico; e, ovviamente, alla programmazione e alle previsioni concretamente attuative delle misure necessarie. Secondo alcune reazioni, la Roadmap della IEA sarebbe irrealistica ed impraticabile; per altri, accrescerebbe la povertà nei Paesi meno sviluppati (oltre ad aprire rovinose prospettive, per fare un paio di esempi, in paesi come Iraq o Nigeria); hanno espresso scetticismo alcuni Paesi in cui si estraggono combustibili fossili (Australia, Norvegia) o si consumano (Giappone) senza alternative prossime; altri grandi emettitori sono rimasti in silenzio, tanto più per la dichiarazione di Fatih Birol, direttore dell’Agenzia: “Non occorrono nuovi sviluppi di petrolio, gas e carbone, inclusi gli investimenti per esplorazioni oil and gas”.

Dal ruolo delle bioenergie, a quello del nucleare, all’efficacia della “cattura” del carbonio, il confronto sulle dettagliate proposte IEA è aperto. Esse hanno avuto il grande merito di “far atterrare” su dati e opzioni concrete gli scenari presentati finora solo a parole, con i grandi obiettivi globali del dimezzamento delle emissioni al 2030, e di “emissioni zero” al 2050.

La politica è in buona compagnia, peraltro. Alla vigilia della pandemia COVID-19, due economisti autorevoli (e rinomati per l’attenzione alla questione-Clima) quali Nicholas Stern (LSE) e Andrew Oswald (Warwick University) hanno effettuato un’analisi sulle principali 9 riviste accademico-scientifiche in campo economico a livello internazionale, per verificare quanti articoli avessero dedicato alle gigantesche sfide – per la scienza economica, oltre che per l’economia reale – imposte dalla necessità di contrastare i Cambiamenti Climatici. Il risultato, pubblicato nel settembre ’19, è sbalorditivo: su 77mila articoli censiti, solo 57 affrontano questo argomento esistenziale per il genere umano, e assolutamente determinante per qualsiasi analisi economica di prospettiva. Una percentuale pari allo 0,00074%. Secondo la britannica ironia degli autori, “la ragione per cui ci sono pochi economisti che scrivono sul Cambiamento Climatico, crediamo, è perché gli altri economisti non scrivono articoli sul cambiamento Climatico”.

Esiste dunque un problema fondamentale di informazione, e di vera e propria alfabetizzazione, che riguarda tutti – a partire da chi scrive. Occorrono un confronto incessante, uno scambio di informazioni profondo e dialettico a fronte di materie che – anziché chiarirsi magicamente – richiedono competenze, capacità di analisi di trasformazioni sistemiche, disponibilità pragmatica all’ascolto, contributo alle politiche e alla regolazione, interazione e partnership tra pubblico e privati.

Chi scrive non può che dichiarare la propria piena propensione a farsi convincere su analisi, proposte e soluzioni di interesse generale. Non mi fa velo nella professione di prudenza l’avere  realizzato 30 anni fa le prime pubblicazioni e Conferenze multidisciplinari su queste materie (1990 e 1991, “Effetto Serra e Mutamenti Climatici: il Tempo di Scegliere”; con il contributo dei maggiori responsabili istituzionali, scientifici, industriali di allora, a partire dal Presidente della Repubblica); o di avere cercato di fornire indirizzi al Ministero dell’Ambiente su queste materie – pur avendolo guidato per soli due giorni; o avere contribuito ad alcuni indirizzi Green e scelte di governo, locale, nazionale ed europeo. Credo più che mai, oggi, alla cooperazione tra competenze scientifiche e ricerca, politica, imprese.

Il cambiamento diffuso, peraltro, è in corso. Google Maps ha annunciato l’imminente uscita di una funzione “eco-friendly”, in base ad algoritmi sviluppati dal National Renewable Energy Laboratory del Dipartimento dell’Energia USA: per circa metà delle rotte da scegliere nel traffico, un’opzione green, più ecologica, per gli spostamenti individuali. Siamo sicuri che saranno basate su dati e parametri appropriati (con riferimento, che so, alle implicazioni di rumore, tutela dei monumenti, sicurezza stradale, limitazioni per la presenza di scuole o ospedali, all’impatto sulla priorità del trasporto pubblico di superficie, e così via)? Chi di noi avrebbe accesso agli algoritmi, soprattutto disponendo di una capacità di giudizio tecnico tanto complessa e integrata da poterli mettere in discussione?

Si, il cambiamento trasformativo è in corso; continuerà, e si tratterà proprio di disporre, in ogni settore della vita associata, di nuove capacità di valutazione e interazione che permettano – a partire dai governi, i legislatori e i regolatori! – di contribuire alle scelte largamente inedite che sono davanti a cittadini ed imprese.

 

  1. LE DIVERGENZE COMPETITIVO-CONFLITTUALI GLOBALI RENDONO PIU’ DIFFICILI OBIETTIVI CONDIVISI.

Dopo il Protocollo di Kyoto – e nell’evidente impasse per l’effettiva adozione di misure vincolanti per gli Stati in materia ambientale e climatica – il passaggio per la comunità internazionale (con l’Accordo di Parigi 2015) a un meccanismo su base volontaria e condivisa di impegni di radicali riduzioni nelle emissioni offre maggiore flessibilità, e misurazione della effettiva volontà e capacità attuativa da parte di ciascuna Nazione e gruppo di Nazioni.

Questo esige coordinamento, e convergenza strategica da parte di tutti gli attori internazionali. La pandemia è sicuramente un efficace riferimento per far comprendere che soluzioni isolate non possono avere successo, a fronte di un maggiore problema globale. Ma la dimensione epocale delle decisioni e delle misure da adottare per i Cambiamenti Climatici non è lontanamente paragonabile al COVID-19, che ha messo il mondo sotto choc. Si tratta di agire prima che sia troppo tardi – pur in assenza di una minaccia percepita da molti come immediata – e dunque con la complessità strutturale di impatti pervasivi sull’economia reale, gli squilibri e le diseguaglianze già esistenti, l’organizzazione pubblica, gli stili di vita, il lavoro.

Se le politiche per il Clima sono molto difficili da mettere in campo in modo simultaneo e universale, ciò sta diventando ancora più difficile nella nuova situazione geostrategica e geopolitica. Dopo un quarto di secolo caratterizzato da aperture inedite, a conclusione dei decenni della Guerra Fredda, sotto l’insegna di una Globalizzazione che ha accomunato economie occidentali e grandi Paesi emergenti (incluso l’effimero corollario riassunto sotto l’espressione di “Fine della Storia”), gli scenari internazionali stanno cambiando rapidamente e profondamente. Si parla esplicitamente di una nuova Guerra Fredda – in particolare per la competizione strategica tra USA e Cina – e comunque l’acquisita crescita di Pechino come un protagonista globale sta portando a rapide correzioni di rotta da parte dei governi occidentali. La forchetta è tra la collaborazione competitiva e una competizione conflittuale. Impossibile, peraltro, che decisioni vitali – come la rivoluzione energetica accennata prima – avvengano al di fuori di tensioni e minacce, non solo di una sana concorrenza tra diversi e divergenti interessi nazionali e geopolitici, pur nella prospettiva ineludibile di comuni responsabilità a livello multilaterale.

Ci si misurerà dunque con aspetti politici ed etico-politici, dalle indubbie conseguenze; non solo per la considerazione dell’accumulo “storico” delle emissioni ma, ad esempio, a proposito delle diseguaglianze, che riguardano i rapporti esistenti tra le nazioni, e tra ricchi e indigenti all’interno delle diverse società. Poiché l’1% di super-ricchi è responsabile di una quota di almeno il 15% delle emissioni globali (a fronte del 50% della parte più povera della popolazione globale, che è responsabile per meno della metà di questa quota), il rapporto ONU 2020 sull’Emission Gap osserva che la riduzione della temperatura terrestre verso +1,5° richiederà all’1% più ricco del Pianeta di tagliare la sua “impronta di carbonio” di almeno 30 volte.

Le asimmetrie tra Nazioni sovrane saranno molto difficili da regolare, se pensiamo agli interessi di paesi produttori di combustibili fossili, di Paesi che hanno in corso nuove dinamiche di industrializzazione, o alla situazione africana, dove il 17% della popolazione mondiale produce il 3,5% delle emissioni di CO2 (e dove, solo nella fascia subsahariana, si contano milioni di sfollati interni e profughi a causa di crisi ambientali; con le connesse, drammatiche implicazioni per la perdurante insicurezza alimentare); qui la diffusa fragilità delle infrastrutture, e la necessità di investimenti enormi per la transizione energetica formano un mix difficilissimo. Le problematiche finanziarie (con crescita di debiti – peraltro, non solo nei PVS) esigeranno concertazioni e decisioni critiche.

L’Unione Europea ha deciso di puntare su obiettivi ambiziosi, in questo nuovo contesto internazionale, con l’obiettivo di zero emissioni al 2050, attraverso un cammino fatto di impegnativi strumenti di regolazione e, come sappiamo, di investimenti importanti per accoppiare l’uscita dalla pandemia con politiche espansive legate alle transizioni Green e digitale (senza dimenticare che anche la digitalizzazione spinta della società e dell’economia deve seguire parametri stringenti, per le sue implicazioni climatiche; si tratta di contesti altamente energivori – senza parlare del mining per le criptovalute).

Queste scelte hanno anche considerevoli impatti burocratico-amministrativi – si guardi solo al complicato provvedimento oggi in esame, che ricade sotto il nome di Tassonomia UE (Taxonomy for sustainable activities), sistema di classificazione che definisce una lista di attività economiche sostenibili dal punto di vista ambientale. Esse dovrebbero avere anche un carattere competitivo, e per lo sviluppo di nuovi comparti produttivi, che certamente impatteranno in modo decisivo sull’Italia. In parte, per contribuire al calo globale delle emissioni (quelle UE sono l’8%, rispetto al totale mondiale; quelle italiane, circa l’1%). Ma per caratterizzare una vera e propria rivoluzione – anch’essa con inevitabili caratteri competitivi, densa di problematiche ancora aperte. Si pensi alle implicazioni geopolitiche, e non solo industriali ed ambientali-climatiche, della proposta di ampliare il sistema degli ETS (Emission Trading Scheme) all’interno di una politica per tassare le importazioni da aree extra-UE che non rispondano a requisiti di carbon pricing, o a target delle emissioni (la Carbon adjustment border Tax).

Tutte queste politiche si misureranno, in modi impensati fino a pochi anni fa, con la competizione per rame, cobalto, manganese o le diverse Terre rare necessarie per il funzionamento dei nuovi processi, in particolare per la realizzazione delle batterie e dei semiconduttori; per il controllo delle linee strategiche di collegamento e la logistica; per l’autosufficienza (o la cooperazione) produttiva per la realizzazione delle nuove industrie ed impianti. In un contesto in cui, come si accennava prima, anche le emissioni saranno molto diversificate, nel corso dei prossimi 30 anni, e saranno maggiori (in assoluto, anche se non necessariamente pro capite) nei Paesi emergenti, come ha confermato una recente analisi dell’FMI. Le sofferenze della pandemia, almeno, avranno avuto un triste effetto positivo nel far comprendere oltre la cerchia degli addetti ai lavori l’impossibilità di contenere nei confini nazionali la risposta a minacce globali.

 

  1. LE NOVITA’ DEL MAGGIO 2021 INDICANO QUANTO SIA DIFFICILE METTERE D’ACCORDO RIVOLUZIONE E TRANSIZIONE.

In un grande film di Sergio Leone, “Giù la testa”, Rod Steiger (peon-bandito) sbeffeggia narrativa e aspettative rivoluzionarie, rievocate con la celebre frase di Mao “La rivoluzione non è un pranzo di gala”. “Io so benissimo cosa sono e come cominciano le rivoluzioni: c’è qualcuno che sa leggere i libri che va da quelli che non sanno leggere i libri, che poi sono i poveracci, e gli dice ‘Oh, oh, è venuto il momento di cambiare tutto’.”

Indiscutibilmente, l’età del petrolio ha accompagnato la crescita senza precedenti dell’umanità, dal reddito medio all’accesso a prestazioni sconosciute per le grandi masse popolari, alla durata media della vita. E’ stata in effetti una LUNGA rivoluzione – e non incruenta. Oggi abbiamo capito che questa dinamica va radicalmente invertita, se vogliamo che i complessi equilibri ecosistemici che regolano la vita sulla Terra non vengano spazzati via.

Dunque, parliamo di rivoluzione, ma dobbiamo governare la più difficile transizione di sempre. Il mese di maggio 2021, accanto alla presentazione del Rapporto IEA, ha registrato dei mutamenti accelerati, in parte annunciati, sorprendenti per molti. I due grandi gruppi petroliferi USA Exxon e Chevron – abituati a gestire cambiamenti nel corso di anni, o decenni – hanno subito incursioni molto rilevanti da parte dei loro shareholders: per Chevron, una Risoluzione che richiede di tagliare le emissioni di gas-serra nelle attività dell’azienda, appoggiata col 61% dei voti. Per Exxon, con un fondo attivista (detentore appena dello 0,02% delle azioni) che ha fatto eleggere almeno due membri nel Consiglio di Sorveglianza. Negli stessi giorni, un Tribunale dell’Aja ha ordinato – con sentenza esecutiva – al gruppo anglo-olandese Shell di abbattere le proprie emissioni del 45% entro il 2030, a fronte delle emissioni 2019, vista l’inadeguatezza dei programmi stabiliti, a seguito di un’iniziativa legale intrapresa a difesa dell’ambiente e del Clima.

Si tratta di un precedente che sposta su un altro fronte – quello del contenzioso legale e giudiziario – la Transizione Verde e Climatica. Non è in effetti una novità. Già in un caso precedente (‘Urgenda vs il governo Olandese’) la Corte Suprema dell’Aja aveva stabilito che le politiche del governo erano insufficienti, minando i Diritti umani.  Anche il Consiglio di Stato in Francia e la Corte Costituzionale Federale in Germania si sono pronunciati su queste materie. In generale, sono stati censiti dal 1990 oltre 1.800 conflitti giuridici in 40 Paesi su casi legati al Clima, secondo un’analisi della London School of Economics; in Perù, ad esempio, un agricoltore ha portato davanti alla giustizia un grande gruppo energetico tedesco per gli effetti del riscaldamento globale su un ghiacciaio del suo Paese; una ventina di Stati e città USA hanno aperto cause contro i giganti delle energie fossili per i danni alla salute locale.

Il punto, però, è ancora un altro. I Governi – anche il nostro, in Italia – debbono trasformare la modalità accessoria con cui ci si è occupati sempre di Ambiente e Clima in una modalità centrale. Per i motivi esposti in queste pagine, certo. Ma perché quelle che prima erano le condizioni dell’economia che hanno dominato la politica, in quanto orientavano il consenso, ora sono divenute trasversalmente le ragioni dell’Ambiente e del Clima. Chi non voglia accorgersene, potrà trovare un Tribunale, magari di livello sovranazionale, alla luce delle nuove obbligazioni assunte dagli Stati, a dettare un cambiamento cui si troverà impreparato. Altro che i dieci anni che hanno portato alla (controversa) sentenza sull’ILVA di Taranto!

Ogni singola decisione dovrà essere inquadrata nelle decisioni generali, attraverso la guida dei vertici del Governo, e il ricorso ad altissime competenze multidisciplinari. Ecco perché è incoraggiante l’inserimento di tante misure per il Cambiamento Green nel PNRR post-COVID; ed ecco perché, tuttavia, emerge che ci troviamo ancora nella fase della sottovalutazione. Per dare un’idea della differenza tra Rivoluzione e Transizione: entriamo nella stagione in cui si dovranno prendere centinaia di decisioni drastiche e iniziare complesse sperimentazioni, molte in cui soppesare il “male minore”, moltissime in cui si dovrà considerare l’impatto sociale ed umano delle decisioni, assieme a quello ambientale e climatico, e dunque adottare misure integrative e compensative.

Se il vertice UE di fine maggio si è bloccato, rispetto alla definizione degli impegni nazionali per centrare gli obiettivi climatici cui l’Unione Europea si è obbligata, è appunto perché si è entrati nel merito di decisioni che accompagneranno l’agire pubblico nei prossimi anni, e decenni: debbono pagare di più i Paesi con il PIL più alto – anche se hanno già iniziato a ridurre le emissioni -, oppure quelli che inquinano di più – anche se hanno minori risorse? Un compromesso si troverà, certo; anche se non potrà essere basato su rinvii e finte soluzioni. E, al confine tra Polonia e Repubblica Ceca, si porrà lo stesso problema che sta affrontando Biden in queste settimane, in cui non si è opposto a tutte le decisioni dell’Amministrazione Trump (tra cui controverse infrastrutture per combustibili fossili in aree critiche di Wyoming e Dakota): che fare dell’espansione da 1 mld dell’impianto che utilizza lignite, scavata nella miniera di Turow, la cui attività carbonifera è stata estesa dal governo polacco al 2044? Molto di più: cosa fare dei cospicui finanziamenti – anche dei recovery funds –, sino alla metà delle risorse stanziate dai Paesi G7 per attività di produzione di energia e consumi legati ai combustibili fossili?

E’ un conflitto ambientale, politico, e anche economico-occupazionale. E ci indica sfide molto più grandi: come inserire nel sistema ETS (il mercato dei diritti di emissione), accanto ai settori dell’energia e a quelli industriali coinvolti, anche trasporti, rifiuti, agricoltura, costruzioni; e come far funzionare il sistema UE di scambio delle quote di emissione. Che impatterà certamente su importanti filiere. E sul bilancio delle famiglie. Uno studio di Cambridge Econometrics stima che l’estensione ad auto e abitazioni del sistema di scambio di quote porterebbe a raddoppiare il prezzo del gas domestico per le famiglie francesi al 2030, con una crescita del 188% per le abitazioni polacche riscaldate con il carbone.

Esattamente qui starà il governo della Transizione ecologica, energetica, climatica.

 

  1. SOLO UN BREAKTHROUGH, UNA SVOLTA SCIENTIFICA NELLA RICERCA E SVILUPPO DI SOLUZIONI RIVOLUZIONARIE PUO’ AIUTARCI. MA LE RISORSE ATTUALI SONO INSUFFICIENTI.

Siamo dunque molto indietro, come cultura e consapevolezza diffuse, strumenti decisionali, formazione di dirigenti pubblici, manager, quadri e figure operative, e nella disponibilità generale delle produzioni necessarie alla Rivoluzione Verde che, senza molto accorgercene, abbiamo appena convocato – e che costituisce un elemento qualificante anche della fiducia richiesta e ottenuta in Parlamento dal Premier Draghi.

Siamo indietro, ad esempio, nelle produzioni di pale eoliche offshore o batterie per auto elettriche, nella progettazione e sperimentazione, prima ancora che installazione, delle infrastrutture indispensabili. E’ legittimo attendersi che decisioni politiche e una nuova disponibilità di risorse per investimenti possano guidare un processo di straordinaria accelerazione, che coinvolga le filiere produttive interessate. In Italia, siamo consapevoli delle potenzialità e delle specifiche esigenze di comparti cruciali come quello agricolo e alimentare, o della Moda; oltre agli interventi strategici che riguarderanno i comparti energetici; e la nostra manifattura, il settore farmaceutico, la chimica, l’edilizia e i lavori pubblici, e così via.

Quello che ulteriormente ci sfugge, è la ragione della recente dichiarazione di Joe Biden, secondo cui il 50% delle riduzioni delle emissioni verrà da innovazioni tecnologiche che ancora non conosciamo. E’ un concetto ardito, che ritroviamo peraltro nell’analisi Net Zero by 2050 della IEA: “Gran parte delle riduzioni globali nelle emissioni di CO2 nel nostro cammino verso il 2030 risultano da tecnologie già disponibili oggi. Ma nel 2050, quasi metà delle riduzioni verranno da tecnologie che attualmente sono in fasi dimostrative o di prototipo”.

Per ottenere simili risultati, possiamo e dobbiamo avere fiducia nella Scienza, come dimostra l’eccezionale rapidità – meno di un anno, rispetto a medie precedenti attorno a 5 anni – con cui sono stati resi disponibili vaccini efficaci contro il COVID-19, potenzialmente accessibili per l’intera umanità. Si tratta dunque di provocare e sostenere una svolta di carattere scientifico, di ricerca, sperimentazione e sviluppo di nuove soluzioni a fronte delle nuove, dirompenti esigenze globali.

Occorre dire che le risorse rese finora disponibili sono insufficienti. Il fatto che una parte della ricerca avanzata nei maggiori Paesi avvenga in strutture militari, o legate alla sicurezza nazionale, ha una logica, ma non è incoraggiante, alla luce delle note precedenti. Tuttavia, esistono ampie capacità nei settori privati, oltre che nelle istituzioni di ricerca, per affrontare questa accelerazione. I decenni di attesa per la fusione nucleare, o alcune ipotesi di “geo-ingegneria climatica” somiglianti a riedizioni del “Dottor Stranamore” non debbono ingannarci. Lungo tutti i processi delle filiere che abbiamo incontrato, possono dispiegarsi anche in tempi rapidi delle svolte straordinarie, alcune delle quali vengono sperimentate già oggi. Ma occorrono molte più risorse pubbliche, anche su base multilaterale (e qui l’Unione Europea può fare senz’altro di più). Se gli USA hanno appena previsto un investimento in basic research per la crisi climatica da 180 miliardi di $, non dobbiamo dimenticare i dati riportati un anno fa dall’Economist: finora, il totale degli investimenti annui combinati in innovazione e tecnologie legate al Clima da parte di governi, venture capital e aziende energetiche è stato – appena – circa il doppio di quello di una sola grande azienda: Amazon.

 

  1. UNA CONDIZIONE E’ IMPRESCINDIBILE: OCCORRE CONSENSO DELLA CITTADINANZA, NEI DIVERSI PAESI, E A LIVELLO GLOBALE, PER AFFRONTARE LE DIFFICILI TRANSIZIONI. AD OGGI, NON C’E’. OCCORRE CAMBIARE LE AGENDE POLITICHE/PUBBLICHE.

L’UNICO MODO E’ METTERE IN CIMA I POSTI DI LAVORO.

Una conclusione generale di queste note non può che essere “politica”. Ovvero, affrontare le condizioni che consentano di impostare, governare e portare avanti la Rivoluzione Verde per il Clima non per un’impossibile imposizione dall’alto, ma con una convinta e diffusa condivisione e partecipazione delle cittadinanze di ciascun Paese. Non sfuggono ad alcuno, infatti, le esperienze negative nell’accoglienza popolare di misure pur parziali e limitate: dai pochi centesimi di euro in più imposti da Macron sui carburanti in Francia, che ha fatto da detonatore per la ribellione dei “Gilet Gialli”; alle controversie sull’introduzione di Carbon Tax in alcuni Stati canadesi, e a livello federale; oppure, al successo elettorale di Trump nel 2016 in diversi Stati a precedente maggioranza democratica, in virtù della polarizzazione pro o contro la chiusura di miniere e impianti a carbone.

Per stare a questo contesto, non è un caso se – dopo i risultati non sempre convincenti delle misure pro-Green Jobs dell’Amministrazione Obama – lo stesso Biden abbia accompagnato la presentazione, lo scorso aprile al Congresso, del programma di rilancio post-pandemia con le parole “Troppo a lungo non abbiamo saputo usare la parola più importante, nell’affrontare la crisi climatica: Jobs, jobs, jobs”.

Se ascoltiamo qualunque dibattito su temi sociali, industriali, produttivi, anche se specificamente dedicato alle priorità per il lavoro, e alla difesa del lavoro, siamo molto lontani (salvo egregie eccezioni) dal cogliere le implicazioni legate alla ormai iniziata Transizione Verde.

I rischi sono evidenti, e di impatto rapido (anche nel contesto delle criticità economiche provocate dalla pandemia), con la chiusura o il ridimensionamento di filiere produttive ed energetiche carbon-intensive caratterizzate da significativi tassi occupazionali. E con l’incremento vertiginoso di automazione e ricorso all’Intelligenza Artificiale, a spese di lavori che non torneranno, nell’industria, negli uffici; ed anche nel commercio, o la logistica.

E le opportunità? Dipendono dalla serietà, rapidità, efficacia dei nostri interventi. Difficile ignorare l’incidenza di molti investimenti previsti: un’analisi IEA-IMF indica i benefici economici della crescita annua degli investimenti nel settore energetico (5 trilioni di $ all’anno in questo decennio, che porteranno una crescita aggiuntiva annua di 0,4 punti al PIL globale). Il saldo occupazionale sarà attivo, nelle energie pulite, l’efficienza energetica, come pure per manifattura, ingegnerizzazione, costruzioni. Ovviamente, gli impatti saranno molto differenziati per Paese, a partire dai produttori di combustibili fossili. Ma, come abbiamo visto, nuove e rilevanti industrie nasceranno. Come pensare altrimenti, solo guardando all’obiettivo di produzione elettrica da rinnovabili nell’Unione Europea (oltre il 70% nel 2030) o, in Italia, di installare circa 70 Gigawatt da rinnovabili per la stessa scadenza?

Ci sono intere filiere da costruire, per scongiurare nuove dipendenze dall’estero, o mancate integrazioni di reciproco interesse. E processi del tutto nuovi nelle filiere esistenti. Con attenzione assoluta al bilancio occupazionale, al sostegno ai lavoratori che escono, alla formazione permanente verso nuove attività lavorative e professioni necessarie. Qui si verificherà, a breve, il consenso dei cittadini. E’ evidente, ad esempio, l’arretratezza italiana nella filiera dell’Idrogeno; e rilevante la serie di impegni, per oltre 3 miliardi di euro, contenuti nel PNRR approvato dal Parlamento e trasmesso dal Governo italiano a Bruxelles: produzione in aree industriali dismesse (hydrogen valley in siti brownfield); utilizzo per decarbonizzare acciaierie e impianti ad alta intensità energetica; stazioni di ricarica per il trasporto stradale a lungo raggio, e per il trasporto ferroviario; attività di ricerca e sviluppo (per soli 160 milioni di euro, però). Inoltre, si prevedono norme tecniche, norme di semplificazione e di incentivo fiscale, ed altre misure destinate a diffondere il consumo di Idrogeno verde.

Ciascuno può apprezzare, in particolare, la necessità di produrre elettrolizzatori, indispensabili per questi processi, oltre che dell’adattamento di un vasto novero di impianti ed infrastrutture. Quali industrie nasceranno, quanti posti di lavoro verranno creati? Ci sono molti dubbi, e legittimi interrogativi, sulla fattibilità e l’efficienza di questi processi. E’ evidente che l’Italia non sarà pronta per il 2026, né sarà all’avanguardia nel 2030, ma dovrà essere pronta per quella data avendo sviluppato competenze, industrie, e posti di lavoro oggi inesistenti.

Una delle maggiori difficoltà nel far transitare la preoccupazione generica sui Cambiamenti Climatici nel terreno del quid agendum – ciò che le persone possano effettivamente fare – sta nella distanza tra la dimensione, la grandezza dei problemi, e l’impatto delle esperienze di singole situazioni rispetto a questa scala di problemi: un riflesso di distanza, se non di impotenza, anima molti. Gesti di testimonianza e impegno significativo legati agli stili di vita sono ovviamente importanti. Ancora più importante, ai fini di una più larga condivisione, potrebbe essere definire e organizzare campagne di valore strategico, legate ad obiettivi rilevanti, e conseguibili con un impegno collettivo e corale. Non va ignorato che la complessità delle azioni e interazioni legate alla produzione di gas climalteranti non può portarci a ripercorrere lo straordinario, seppur limitato, successo nell’azione globale per limitare i gas (specialmente i CFC, Clorofluorocarburi) responsabili del depauperamento della fascia di Ozono stratosferico, dalla seconda metà degli anni ’80, e con l’entrata in vigore dell’Accordo di Montreal. Ma simili concertazioni (senza allontanare dalla visione d’insieme, e dagli impegni sistemici conseguenti) dovrebbero riguardare, ad esempio, la crescita delle emissioni di Metano (CH4), il secondo gas responsabile dell’effetto-serra, per il 23% circa del riscaldamento dall’era pre-industriale. Le emissioni, provenienti soprattutto da energie fossili, allevamenti e rifiuti, sono aumentate del 9% nel periodo tra il 2000-2006 e il 2017; si tratta di un gas che perdura meno della CO2, ed ha un assai più elevato potenziale di riscaldamento. L’UE ha ridotto le emissioni di Metano ma, per l’appunto, le informazioni disponibili – anche utilizzando l’osservazione satellitare – indicano che occorre agire a livello internazionale, per mettere in sicurezza molte decine di migliaia di pozzi estrattivi abbandonati in varie parti del mondo, per introdurre processi razionali (e virtuosi) negli allevamenti di bestiame; oltre che per monitorare i “giganti addormentati del ciclo del Carbonio”, i depositi congelati di Metano nell’Oceano Artico, che si stanno risvegliando. Peraltro, un Rapporto UN ha messo in rilievo che un taglio del 40% entro il 2030 delle emissioni di Metano porterebbe un rapido beneficio, con riduzione già di 0,3° della temperatura media globale al 2040.

Ovvero: è importante definire e qualificare obiettivi raggiungibili, non solo con il traguardo delle generazioni future. Certamente i cittadini apprezzano l’impegno per promuovere il ‘capitale naturale’ e preservare la biodiversità come parte della transizione ecologica. E sono pronti a mobilitarsi per traguardi e obiettivi visibili e raggiungibili a difesa della vivibilità del nostro ambiente. Magari, proprio per questa attenzione alla dimensione ‘possibile’ dell’impegno comune, si arrestano intimiditi di fronte alla dimensione, che appare soverchiante, delle sfide globali.

Un settore cruciale è certamente quello agricolo, con la filiera agroalimentare: per il conteggio dell’assorbimento delle emissioni e una gestione innovativa ed efficiente delle attività e dei suoli (qui davvero sono possibili sequestro di carbonio e offset credibili, se affrontati su basi scientifiche e con impegno trasparente); con un governo avanzato del ciclo degli alberi e delle foreste (e un maggiore e migliore utilizzo del legno per le costruzioni, e di fibre vegetali per il tessile); con lo sviluppo di Distretti a zero emissioni, dai reflui sino all’utilizzo di biometano per la produzione di Idrogeno, e alla produzione di Grafene. E’ una filiera importantissima per la nutrizione e la salute, per la tutela del territorio e del Paesaggio, e per l’occupazione.

 

Conclusione

Il governo italiano ha cambiato denominazione (e, in parte, funzioni) al Ministero dell’Ambiente: nella nuova definizione di “Transizione Ecologica” – con l’affidamento ad una persona certamente competente e motivata, Roberto Cingolani – si incontra il problema trattato in queste pagine. Si tratta di compiere un passaggio, molto complesso, ancora incerto per vari aspetti, dalle implicazioni gigantesche, da parte dell’intero governo.

La lingua italiana, e l’etimologia (transitio), ci soccorrono pienamente. Transizione è una parola scientifica, con significati precisi, ricorda Tullio De Mauro, nella fisica, la biochimica, la termodinamica. E’ anche un termine musicale. E’ l’atto di passare (secondo il DELI): un “passaggio tra due condizioni, due epoche, due modi di vita, due situazioni”.

Si tratta di capire se siamo ancora nel punto da cui si parte o – se davvero abbiamo iniziato il passaggio – se saremo capaci di compiere in modo consapevole, responsabile, creativo, bene organizzato, il percorso verso la nuova condizione. Un percorso enormemente impegnativo, difficile, affascinante, necessario, che aprirà una nuova epoca, e comporterà un nuovo modo di vita.

E’ tempo di indicare tutte le decisioni. Di definire tutte le implicazioni per i settori produttivi. Di analizzare e presentare gli obiettivi di creazione dei posti di lavoro per gli anni a venire.

 

Di Francesco Rutelli

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