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Posted by on Nov 9, 2015

Cop21 obiettivi e criticità

Nella complessità dei negoziati sul clima, forse fisiologicamente legata alla necessità che i governi del pianeta rispondano all’unisono alla minaccia globale del cambiamento climatico, esistono alcune certezze che è bene riaffermare. La prima, la più nota, impone di fissare in 2 gradi centigradi l’aumento massimo di temperatura media globale (rispetto ai livelli pre-industriali, o di solo 1,4 gradi rispetto ai livelli attuali) per prevenire pericolose interferenze umane sul sistema climatico del pianeta. Il superamento di questa soglia metterebbe a rischio fondamenti che soprattutto l’occidente sviluppato considera “scontati”, come la produzione di cibo o la stessa conformazione delle nostre linee di costa.

Negli ultimi 150 anni le attività antropiche hanno prodotto molte più emissioni di gas ad effetto serra (di cui l’anidride carbonica rappresenta il più significativo) di quante ne siano state generate nel corso di tutta la precedente storia del nostro pianeta. Anche questa è una certezza. Di conseguenza, le concentrazioni atmosferiche attuali di questi gas sono del 30% superiori a quelle riscontrate nel corso degli ultimi 800mila anni. Dal 1992 (anno della Conferenza di Rio) ad oggi, le emissioni globali sono aumentate di oltre il 60%, un risultato tutt’altro che incoraggiante se consideriamo che l’obiettivo della Conferenza era proprio di predisporre una risposta globale ed efficace all’effetto serra.

Per mantenere il riscaldamento globale al di sotto della soglia critica di 2 gradi, l’IPCC (il più autorevole gruppo internazionale di esperti che dal 1988 studia il cambiamento climatico e che, per questo, nel 2007 è stato insignito del Nobel per la Pace) calcola che l’atmosfera possa “sopportare” una quantità massima di 790 giga-tonnellate di CO2 di cui circa 515 (il 65%) sono già state emesse. Prima di rendere certamente vano l’obiettivo condiviso dei 2 gradi, quindi, l’uomo potrà ancora emetterne 275 giga-tonnellate che, al ritmo attuale di emissione di circa 10 l’anno, garantiscono un orizzonte di azione davvero limitato.

Se agire è una necessita e un dovere, il modo in cui farlo è tutt’altro che scontato.

Copenaghen 2009 ha dimostrato come la sola mobilitazione internazionale e l’attenzione mediatica siano elementi necessari ma non sufficienti al successo del negoziato.

Parigi da questo punto di vista aggiunge un elemento al contempo di speranza e di rischio concreto: la scelta di abbandonare la logica di forzata ed artificiale parità tra tutti i 192 paesi firmatari della Convenzione di Rio (i paesi infatti, hanno responsabilità storiche verso il cambiamento climatico ben diverse gli uni dagli altri) per sposare quella di contributi volontari, i cosiddetti INDC (Intended Nationally Determined Contributions) che registrano pubblicamente gli impegni che i singoli paesi intendono sottoscrivere a Parigi a favore della lotta al cambiamento climatico.

Gli impegni di quasi tutti i “grandi emettitori” sono stati resi pubblici (Cina e Stati Uniti inclusi, per la prima volta), e aprono spiragli positivi sull’esito dei negoziati di Parigi al via il 30 novembre 2015, l’anno che la NOAA statunitense (National Oceanic and Atmospheric Administration) identifica con una probabilità del 97%[1] come il più caldo mai registrato, eclissando il 2014.

Mentre molte delle maggiori multinazionali si mobilitano pubblicamente a favore dell’imposizione di un “costo alle emissioni di gas serra” e di altre scelte decise in grado di contrastare efficacemente il cambiamento climatico (che mette a repentaglio la sostenibilità economica delle loro filiere sempre più spesso localizzate nei paesi in via di sviluppo che, più degli altri, soffrono gli effetti del cambiamento climatico), molti aspetti del negoziato sono ben lungi dall’essere definiti.

Tra questi, spicca la mancanza di certezze relative al fondo globale per la lotta al cambiamento climatico (il Green Climate Fund): a fronte dei 100 miliardi di dollari all’anno che i paesi si erano impegnati a versare, solo una minima parte è stata effettivamente mobilitata. L’incertezza vige sovrana anche sulle modalità operative di gestione di tale fondo globale.

In questo scenario l’unione Europea, che vive la graduale marginalizzazione del proprio ruolo di leader dell’agenda climatica globale (le emissioni europee di gas serra sono passate dal 19% del totale mondiale nel 1990, all’11% nel 2013, sino al 4-5% previsto nel 2030), non è stata sino ad oggi in grado di cogliere questo momentum positivo per imprimere una svolta sostanziale al proprio sistema energetico ed economico. Basti pensare come il supporto diretto o indiretto ai combustibili fossili costi ai cittadini e le industrie europee (che pagano energia elettrica e gas rispettivamente due e tre volte più che negli USA), centinaia di euro l’anno[2]. Analogamente, l’obiettivo annunciato dal Presidente Juncker di collegare le nazioni europee anche attraverso infrastrutture energetiche comuni e sistemi armonizzati –l’Unione Energetica– , in grado di generare know-how e competitività, investimenti privati, riduzione delle emissioni, calo significativo del prezzo dell’energia e aumento di sicurezza ed indipendenza energetica, si è tradotto fin ora nel modestissimo investimento di 6 miliardi e nell’obiettivo del 10% di interconnessione elettrica transnazionale entro il 2020 (non molto distante dal livello di interconnessione attuale)

Se nelle questioni strategicamente decisive di pianificazione energetica l’Europa è vittima delle posizioni di paesi come la Polonia che basano il proprio sistema energetico ed economico sul carbone, sorge spontaneo chiedersi con quale coraggio e armonia d’intenti l’Unione saprà affrontare la crescente iniquità climatica e la prossima ondata di migranti climatici che l’aggravarsi dell’effetto serra certamente produrrà.

Parigi, insomma, è un crocevia per il mondo, e lo è anche per l’autorevolezza e la credibilità di un Europa che, con la guida del governo Hollande, si troverà a dover registrare in prima linea il successo, l’ennesimo rinvio, o il fallimento di questa COP 21.

Davide Triacca

[1] http://www.ncdc.noaa.gov/sotc/summary-info/global/201508

[2] http://www.imf.org/external/pubs/ft/survey/so/2015/new070215a.htm e http://www.oecd.org/site/tadffss/

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