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Shale gas, l’atomica della nuova Guerra Fredda

Shale gas, l’atomica della nuova Guerra Fredda

L’arma finale degli Stati Uniti nella nuova Guerra Fredda con Mosca potrebbero non essere le sanzioni economiche agli oligarchi o i cacciabombardieri Stealth, ma l’inesauribile miniera dello shale gas. In grado di tagliare il cordone ombelicale che lega l’Unione Europea alla Russia. Visto che gli States diventeranno presto esportatori netti di petrolio (tanto da poterlo presto vendere anche agli Emirati Arabi, e non è fantascienza) sta crescendo il pressing bipartisan di repubblicani e democratici per cercare di sottrarre il Vecchio Continente dai ricatti russi sulle forniture di gas. L’Unione europea dipende per il 30% delle sue forniture dal gas russo, ma tale percentuale sale drammaticamente nei Paesi dell’ex Patto di Varsavia, per esempio al 70% nel caso dell’industrializzata Polonia (che però sta puntando a sua volta sullo shale gas per emanciparsi da Mosca) e addirittura al 100% per la Bulgaria.

Il maxi terminal della Louisiana
«Attualmente, gli Stati Uniti non hanno la capacità di spedire tutto questo gas naturale all’estero – spiega Michael Wara, docente a Stanford, al New York Times – . Ma un terminale di esportazione in grado di fornire tre miliardi di metri cubi di gas liquido al giorno in forma liquefatta è in costruzione a Cameron Parish, Louisiana, e numerosi altri sono in fase di pianificazione. Questi grandi progetti permetteranno una soluzione a lungo termine a problemi come quello in Ucraina».

La burocrazia
Il problema, prosegue Wara, è che non così semplice vendere shale gas in Paesi, come quelli dell’Unione Europea, che non hanno firmato un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti. Per ogni progetto va presentata una richiesta al Dipartimento dell’Energia, il quale deve dichiarare che l’esportazione di gas è di “interesse pubblico”. E anche se sulla sicurezza energetica degli alleati europei a Washington nessuno dovrebbe discutere (soprattutto dopo il caso Crimea), il portavoce della Casa Bianca, Josh Earnest, ha sottolineato che anche con i permessi, le prime strutture per esportare il gas in Europa non sarebbero pronte fino alla fine del 2015

Il prezzo
Un altro problema, più serio, è quello del prezzo: come spiega l’International Energy Agency, spedire lo shale gas in Europa costa molto: al momento non conviene ai consumatori del Vecchio Continente. E nemmeno ai fornitori americani, che non a caso preferiscono venderlo sui mercati asiatici, ricorda Michael Levi del think thank Council on Foreign Relations. «Ma i mercati globali evolvono – incanza ancora Wara – e con una maggior offerta anche i differenziali di prezzo potrebbe erodersi, rendendo il gas statunitense un’opzione attraente per gli europei».

Fonte:  ilsole24ore.com

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