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Rutelli: «Il riscaldamento c’è già. Cerchiamo di ridurre i danni!»

Rutelli: «Il riscaldamento c’è già. Cerchiamo di ridurre i danni!»

L’epoca in cui pensavamo che bastasse ridurre le emissioni è finita. Il clima è già cambiato e cambierà ancora: adesso dobbiamo investire con decisione nell’adattamento»: parola di Francesco Rutelli, già vicepresidente del Consiglio e voce storica dell’ambientalismo italiano. «Mitigazione del riscaldamento globale e adaptation» insiste, «non sono alternative ma due gambe della stessa marcia: se continuiamo a guardare solo al 2050, mentre oggi territori, città e coste vengono colpiti da alluvioni, siccità e ondate di calore, stiamo perdendo tempo prezioso». È questo il cuore del ragionamento che Rutelli ha sviluppato a Roma in una recente conferenza dedicata ai cambiamenti climatici e alle politiche più giuste e ancora praticabili per affrontarli.
L’ex vicepremier ha ricordato il lungo cammino dei negoziati globali: «Nel 1992, da giovane deputato, convinsi il Parlamento italiano ad andare alla prima conferenza Onu sul clima a Rio. Lì si posero le basi per affrontare clima, deforestazione e desertificazione». Oggi, osserva, lo scenario è molto diverso:

«All’ultima Cop 30 che si è svolta in Brasile abbiamo visto un mondo diviso: solo un centinaio di Paesi chiede un vero action plan, un programma attuativo aggiornato dell’Accordo di Parigi». Gli altri, niente. Eppure quell’accordo in Francia, ricorda, «si fondava su due pilastri chiari: mitigazione, cioè ridurre le emissioni che alterano il clima, e appunto adaptation, cioè prendere atto che il clima è già cambiato e organizzarsi per convivere con questi cambiamenti dirompenti».
Per Rutelli, le cifre non lasciano scampo: «Il 2025 è l’anno in cui abbiamo già superato la soglia di +1,5 °C rispetto all’epoca pre-industriale. I calcoli si fanno su archi temporali più lunghi, ma è evidente che le previsioni più pessimistiche – andare sopra i 2 gradi, verso 2,8-3 gradi – stanno diventando realistiche». Questo rende l’adattamento un’urgenza politica e finanziaria. «I Paesi in via di sviluppo lo stanno dicendo con grande chiarezza: siccome gli obiettivi di mitigazione non verranno centrati, voi Paesi avanzati dovete aiutarci ad adattarci. Chiedono risorse per affrontare innalzamento dei mari, siccità prolungate, piogge estreme, devastazioni nelle comunità e nelle infrastrutture».

Nel suo intervento, Rutelli ha intrecciato il tema climatico con la geopolitica. «L’Europa oggi emette circa il 6% delle emissioni globali. Siamo mezzo miliardo di persone su 8 miliardi. Possiamo anche scendere al 5,2 o al 4,8%, ma con quali impegni e quali oneri, se il resto del mondo non si muove nella stessa direzione?». Intanto, ricorda, «la Cina è diventata la fabbrica del mondo delle rinnovabili: raffina il 92% dei minerali critici, domina batterie, pannelli fotovoltaici, veicoli elettrici. Nessuno, in Europa, può pensare di produrre oggi un’auto elettrica competitiva con quelle presentate a Shanghai a 10 mila euro». L’India, dal canto suo, «alimenta il 70% del proprio settore energetico con il carbone: pochi giorni fa sono stati sospesi gli atterraggi a Nuova Delhi per l’inquinamento atmosferico».
In questo quadro, l’adattamento non è un lusso ma una condizione di sopravvivenza. «I Paesi in via di sviluppo chiedono aiuti per l’adaptation perché sanno che una parte dei danni è già inevitabile», dice Rutelli. «Si tratta di innalzamento dei livelli dei mari, scomparsa di intere isole, siccità che distruggono i raccolti, piogge torrenziali che travolgono villaggi e città». Persino nel dibattito internazionale «si riconosce che serviranno, entro il 2035, centinaia di miliardi di dollari l’anno per sostenere queste politiche: Bill Gates ha parlato di 365 miliardi annui destinati all’adattamento».
L’ex vicepremier invita però a guardare anche a casa nostra. «L’Italia non può permettersi di continuare a buttare via risorse. Disperdiamo il 90% dell’acqua piovana, in Sicilia non se ne raccoglie praticamente nulla, eppure piove sedici volte l’acqua necessaria per l’agricoltura e i servizi. Raccogliamo meno acqua di quella che raccoglievamo negli anni Settanta e disperdiamo in media il 42% nei nostri acquedotti». Da qui una richiesta precisa: «Dobbiamo investire in infrastrutture per l’acqua, bacini, invasi, vasche di laminazione, sistemi di accumulo. Sono politiche di adattamento che servono subito, non tra vent’anni».
Rutelli indica esempi concreti da imitare: «In Cina esistono i cosiddetti quartieri spugna, che assorbono le piogge estreme e ridistribuiscono l’acqua, riducendo i danni e costruendo una riserva per i momenti di scarsità. Perché non cominciamo a farli anche noi, invece di limitarci a parlare di emergenze dopo ogni alluvione?». L’adattamento, insiste, «non è una resa, non è rinunciare alla transizione verde: al contrario, è la condizione per poterla portare avanti senza far esplodere i conflitti sociali».
«Ridurre le emissioni è indispensabile – afferma – ma se il territorio crolla prima, se non abbiamo acqua, difese idrauliche, reti resilienti, non serviranno né fotovoltaico né eolico. Dobbiamo passare dalle prediche ai cantieri: più idraulica, più ingegneria, più innovazione».

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